Pre-Scrittum: e alla fine anche Lars conviene nell'idea che ho raggiunto da tempo. L'uno-tutto, nell'annullamento antropocentrico dell'essere, nello sconfinar in una spiritualità che tenga conto di un divino eterno ritorno, di una inutilità dell'uomo in quanto tale. Di un'assenza dello scontro bene-male. La vita, solo lei, e nient'altro.
I signoroni della stampa non hanno ovviamente capito quasi nulla di questo film, sino alle risate di Cannes che assomigliano tanto ad uno stolto commento sentito in sala da 5 ragazzotti convinti "di esser venuti a vedere un film horror di un nuovo e sconosciuto regista".
Antichrist.
Trama: una donna cade in depressione, afflitta dai sensi di colpa, dopo la morte del figlio. Il marito analista cerca di curarla, portandola ad Eden, una casetta sperduta nel bosco. Qui i due si affrontano, amano, odiano, venendo a contatto con una natura che non smette di comunicare, di definire simboli e significati, sino alla lotta finale, al sacrificio, al caos, alla morte.
Rappezzata la trama, in realtà poco importante, va detto che ci troviamo davanti all'ennsimo capolavoro di Lars Von Trier, tornato alla grande da un periodo veramente brutto della sua vita. In questo film, Lars immette, ad un primo livello, tutte le sue fobie, fino a quelle che l'hanno indotto alla depressione e, ad un livello altro, archetipi insiti nella storia millenaria dell'umanità. Fantastiche immagini: prologo e epilogo in bianco e nero da mostro del cinema, inquietanti immagini simboliche nel bosco, pornografia d'effetto in tema e per nulla fine a se stessa, luci ed ombre...Un concentrato di linguaggio cinematografico che diventa lastra di paure, angoscie, illuminazioni e immagini nascoste nel nostro inconscio. Ancora, torture medioevali, sadismo, simboliche apparizioni degli elementi naturali, disgressioni psicologico-spirituali e tanta fisicità. Una natura che piange, che piove, che scroscia ghiande (semi di rinascita, spermatozoi del mondo e non frutti morenti) sempre, oltre l'uomo, indipendetemente dall'uomo.

Un mondo incredibile, un salto nell'oscuro essere della vita, unica cosa esistente, oltre l'uomo, semplice mezzo/specie per perpetrare la vita stessa. Noi non esistiamo, non siamo al centro di nulla, bensì la vita pulsa e cresce. La natura, manifestazione vitale in cui siamo innescati, è quella che meglio ci fa capire lo status delle cose. Al di la del bene e del male, al di la di un, comunque, inevitabile scontro tra il femmineo e il maschile, risorge una natura femmina di cui l'uomo si deve rendere conto ( e non combattere come una caccia alla streghe), eliminando i libri, le religioni che non sono altro che strumenti di controllo culturale, per ritornare (la scena della compenetrazione di animali e cose nel verde) al senso unico della vita. Saper ascoltare quel pianto, solo apparentemente malefico.
Non capire chi sia l'anticristo del film è veramente assurdo: è ovviamente Dafoe, elemento con cui la natura comunica (essa tace al personaggio femminile isterico e cristiano), tramite simboli, fruscii, ma anche parole e grida d'animale. Le costellazioni animali sono il nuovo nord della bussola della vita. L'uomo, dunque, passa attraverso il martirio della strega, del senso di colpa, e deve ributtare tutto l'isterimo freud-cristiano che porta all'infibulazione, alla castrazione femminile (anche per colpa del maschio). Superato quell'attimo, si deve rendere conto del gesto contro natura, palesemente cristiano, dell'uccisione, nella castrazione, del senso di tutto, del sesso, innocente essere che rende tutto possibile, in svariati modi a seconda della specie, animale o vegetale. [Ergo, la castrazione è evidentemente un gesto cristiano - contro natura da combattere. E così lo sono i "no" alla vita niezcthiani].
A quel punto il nuovo messia è pronto a salire sul monte, in attesa del popolo di streghe, represse dalla cultura, soggiogate dal cristianesimo e dalle sue paure, condannate all'isteria e dunque non comprese, ma uccise o curate come un virus! Esso è colui che cura quell'inutile senso di colpa, quell'inutile strumento di controllo, inoculato infidamente in noi dall'era cristiana, ma anche dalla modernità. Un film immenso, che rifugge il finale catartico alla Dogville, perché mira ad essere compreso, lentamente, dal nostro io. Le risposte sono profonde, difficili da percepire: La verità non avrà mai un linguaggio umano.

Grazie Lars.
Voto: 100/100